Il Coaching Strategico è una disciplina strutturata, con radici solide nella psicologia strategica di Giorgio Nardone. Non è una trovata commerciale: ha un impianto teorico preciso, una letteratura di riferimento e professionisti che la praticano con serietà.
Il problema non è la disciplina. È il nome.
Chiamarla “Coaching”, con o senza l’aggettivo “strategico”, genera una sovrapposizione che non aiuta né chi cerca un Coach né chi vuole capire cosa sta scegliendo. In questo articolo proviamo a fare chiarezza su cosa distingue il Coaching Strategico dal Coaching Professionale, senza svalutare l’uno né l’altro.

Da dove viene il Coaching Strategico
Il Coaching Strategico affonda le radici nella Terapia Breve Strategica, sviluppata da Paul Watzlawick e successivamente elaborata da Giorgio Nardone al Centro di Terapia Strategica di Arezzo.
L’approccio lavora su come la persona percepisce e gestisce la propria realtà. Parte dall’identificazione di un blocco, di una resistenza, di un pattern disfunzionale e interviene con tecniche mirate: il dialogo strategico, la tentata soluzione, l’autoinganno, lo stratagemma.
È un approccio semi-direttivo: il professionista assume un ruolo attivo, guida il processo, suggerisce prospettive, prescrive, utilizza la comunicazione in modo intenzionale per produrre un cambiamento.
Tutto questo ha senso nel contesto in cui è nato: quello clinico e psicoterapeutico.
La fandonia dei “modelli di Coaching”
Nel mercato della formazione è proliferata una categoria curiosa: i modelli di Coaching.
Coaching Strategico. Coaching Ontologico. Coaching Umanistico. Coaching Cognitivo-Comportamentale. Coaching Transpersonale. Coaching Sistemico. Coaching Narrativo. Ogni anno ne nasce uno nuovo, spesso con il nome di chi lo ha battezzato incorporato nel brand.
Il meccanismo è sempre lo stesso: si prende una disciplina esistente (psicologia strategica, filosofia ontologica, terapia cognitivo-comportamentale) le si aggiunge la parola “Coaching” e il gioco è fatto. Nuovo modello, nuovo corso, nuova categoria, nuovo mercato.
Il problema è che il Coaching non è un contenitore vuoto da riempire con qualsiasi approccio. Ha una definizione, una storia, dei presupposti fondamentali che risalgono a Gallwey e Whitmore e che sono stati codificati in standard professionali riconosciuti — tra cui la Norma UNI 11601 in Italia.
Quei presupposti non sono negoziabili: processo maieutico, non direttività, autonomia del Cliente, assenza di diagnosi e prescrizione. Quando un approccio li abbandona, anche parzialmente, non sta evolvendo il Coaching. Sta facendo altro.
Il fatto che “altro” venga venduto come Coaching non lo rende tale. Lo rende solo più difficile da distinguere per chi sta cercando di capire cosa sta comprando.
Cos’è il Coaching Professionale e cosa lo distingue
Il Coaching Professionale nasce da una tradizione diversa. Timothy Gallwey e John Whitmore, a partire dagli anni ’70, costruiscono un metodo fondato su un presupposto radicalmente diverso: la persona non ha un deficit da colmare. Ha risorse che non riesce ancora a usare.
Il Coach non porta soluzioni dall’esterno. Non diagnostica, non prescrive, non persuade, non dirige, non prescrive. Crea le condizioni perché il Cliente le trovi da solo — e questa non è una sfumatura metodologica. È la differenza che cambia tutto: il ruolo del professionista, la natura del processo, il tipo di accordo con il Cliente.
Il processo del Coaching è maieutico, non direttivo. Il Coach non guida verso una prospettiva desiderata, non gestisce obiezioni, non cerca soluzioni. Lavora con domande aperte, silenzio, ascolto. L’obiettivo non è risolvere un problema ma sviluppare la capacità del Cliente di affrontarne di futuri in autonomia.
La differenza fondamentale non è tecnica è di presupposto:
- Il Coaching Strategico parte dal deficit: c’è un blocco, un problema, va rimosso.
- Il Coaching Professionale parte dal potenziale: c’è una risorsa, va liberata.
Questi due presupposti producono processi diversi, ruoli diversi, accordi diversi con il Cliente.
Perché la sovrapposizione crea confusione
Il problema non nasce dalla qualità delle singole pratiche. Nasce quando si usa la parola “Coaching” come contenitore generico per approcci che hanno logiche, strumenti e confini professionali distinti.
Chi cerca un Coach si aspetta un processo non direttivo, orientato all’autonomia e al potenziale. Se riceve invece un approccio semi-direttivo (o addirittura prescrittivo), basato su tecniche strategiche (anche se ben condotto) sta ricevendo qualcosa di diverso da quello che ha scelto.
Questo non è un problema etico solo per il Cliente. È un problema di identità professionale per chi opera nel Coaching.
La Legge 4/2013 e la Norma UNI 11601:2024 definiscono standard precisi per il Coaching Professionale. Quando un approccio si discosta strutturalmente da quei presupposti (lavorando su blocchi, resistenze, tecniche persuasive), non è più Coaching nel senso normativo del termine. È altro. Legittimo, ma altro.
Il rischio dei confini professionali
C’è un ulteriore elemento da considerare. Il Coaching Strategico, per la sua vicinanza alla Terapia Breve Strategica, opera spesso in un territorio di confine con la psicologia clinica.
Lavorare su blocchi, paure, pattern disfunzionali, resistenze al cambiamento richiede una formazione e una supervisione diverse da quelle del Coaching Professionale. Chi lo fa senza quella formazione — o senza dichiarare chiaramente al Cliente la natura dell’approccio, si muove in una zona di rischio professionale ed etico.
Non è una questione di corporativismo: è una questione di tutela del Cliente.
Il rischio per il Cliente è concreto: chi si presenta come “Coach Strategico” senza formazione clinica può attivare dinamiche psicologiche (blocchi, resistenze, pattern profondi) senza avere gli strumenti per gestire ciò che emerge. Il Cliente non è sempre in grado di valutare se sta ricevendo Coaching o qualcosa che richiede competenze psicoterapeutiche. Questa asimmetria informativa è un problema etico prima ancora che professionale.
Il rischio per chi opera è altrettanto reale. Utilizzare tecniche derivate dalla psicologia strategica (dialogo strategico, ristrutturazione della percezione, gestione delle resistenze, superamento del blocco) senza essere uno psicologo abilitato significa muoversi in un’area che la legge italiana riserva alle professioni sanitarie protette. La Legge 4/2013 tutela le professioni non organizzate in ordini, ma non autorizza nessuno a praticare psicoterapia senza titolo abilitante. Chi lo fa, anche in buona fede e sotto l’etichetta “Coaching”, si espone a conseguenze legali oltre che deontologiche.
La trasparenza sul tipo di approccio offerto non è un optional: è il requisito minimo per operare in modo responsabile.
Come orientarsi nella scelta
Se stai valutando un percorso di sviluppo professionale o personale, la domanda utile non è “quale modello è migliore?” ma: di cosa ho realmente bisogno?
Se hai un blocco specifico, un pattern ricorrente che vuoi affrontare con un approccio strutturato e semi-direttivo, il Coaching Strategico, condotto da un professionista formato, può essere una scelta coerente.
Se vuoi sviluppare autonomia, chiarire obiettivi, liberare risorse già presenti, il Coaching Professionale è il contesto giusto.
La differenza non è di qualità. È di metodo, presupposto e confini professionali.
Per capire meglio cosa implica il percorso professionale nel Coaching: come diventare Coach Professionista in Italia.
FAQ – Coaching Strategico e Coaching Professionale
Il Coaching Strategico è Coaching?
È una disciplina strutturata con radici nella psicologia strategica di Nardone. Condivide con il Coaching alcune finalità — sviluppo personale, raggiungimento di obiettivi — ma si distingue per presupposti, strumenti e ruolo del professionista. Chiamarla “Coaching” può generare confusione su cosa il Cliente sta scegliendo.
Qual è la differenza principale tra Coaching Strategico e Coaching Professionale?
Il Coaching Strategico parte dal deficit: identifica un blocco e lavora per rimuoverlo con tecniche semi-direttive. Il Coaching Professionale parte dal potenziale: lavora con domande, ascolto e processo maieutico per far emergere risorse già presenti nel Cliente.
Il Coaching Strategico è pericoloso?
Non in sé. Il rischio nasce quando viene condotto senza la formazione adeguata o senza dichiarare chiaramente al Cliente la natura dell’approccio. La vicinanza alla psicologia clinica richiede confini professionali precisi e una supervisione specifica.
Come scelgo tra Coaching Strategico e Coaching Professionale?
Dipende dall’obiettivo. Se hai un blocco specifico da affrontare con un approccio strutturato, il Coaching Strategico può essere coerente. Se vuoi sviluppare autonomia e liberare risorse già presenti, il Coaching Professionale è il contesto più adatto.
Esiste un albo o uno standard per il Coaching Strategico?
No. Come per il Coaching in generale, non esiste un albo statale. Il riferimento normativo per il Coaching Professionale è la Legge 4/2013 e la Norma UNI 11601. Il Coaching Strategico non rientra in questo quadro normativo specifico.
Tag: cambiamento strategico, coaching strategico, strategia di coaching


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